Sul treno per Tarifa conobbi un ragazzo di Torino che mi parlò in modo entusiasta di Canos de la Meca, un piccolo villaggio all’estremo sud dell’andalusia che non trovai segnato sulla cartina stradale che avevo con me. L’entusiasmo del torinese mi convinse a designare Canos come prossima meta del mio viaggio e scrissi sul retro della mia prima guida Routard, consigliata da mia madre nei tempi che fu uno spirito libero, le indicazioni per arrivarci.
Arrivata a Tarifa presi a noleggio una Micra bianca e cominciai a salire venti minuti di interminabili curve. La strada era molto stretta e a lato non c’erano nient’altro che arbusti, nè macchine che scendevano o salivano. Dallo specchietto retrovisore abbandonavo dietro di me i mulini a vento che danzavano lentamente il loro tondo. Riuscivo a vedere solo ciò che abbandonavo, senza avere neanche uno scorcio di ciò che mi aspettava.
Mi accolse una fitta pineta a ridosso dell’atlantico che strizzava l’occhio alle rosse montagne del marocco. La spiaggia, lunga centinaia di metri per effetto della bassa marea, custodiva decine di piccole caverne scavate per anni da sorgenti di acqua dolce che rimbalzando sulle pareti della roccia musicavano i momenti di quanti avevano scelto il promontorio come riparo dai raggi del sole.
Il vento a Canos non smette mai di soffiare e ricordo che passai interi pomeriggi a guardare le onde dell’oceano cavalcate da surfisti in strette mute color pece.
Non sentivo la necessità di ripararmi dal vento ma al contrario aprivo le braccia e respiravo riempiendo i polmoni quanto più potevo. Il mio cuore batteva al ritmo delle onde che si infrangevano sulla riva. I miei occhi erano quelli di un gabbiano, il mare era il mio nutrimento, tutto quello che mi era necessario per essere felice ce l’avevo lì, in quella meravigliosa semplicità della natura.
In quegli istanti, a Canos de la Meca, sono stata una donna libera.