Il 10 marzo cento teste rasate vestiti da ampie casacche amaranto, partiranno da Dharamsala per raggiungere il Tibet, a piedi e disarmati. Al confine ciò che li aspetta non è solo la maestosità dell’Himalaya ma una catena di mitra, fucili e manganelli.
I monaci buddisti si faranno picchiere a sangue dalle squadre dell’esercito cinese, ancora una volta. E ancora una volta continueranno ad affondare i piedi nella neve gelida per oltrepassare quel confine, in nome di quel diritto che ad ogni uomo viene riconosciuto in maniera universale: poter calpestare la propria terra, poter far nascere e crescere i loro figli secondo le tradizioni del popolo buddista e tornare finalmente a casa senza continuare a sentirsi eternamente dei rifugiati, costretti ad un esilio che dura ormai da 40 anni.
Cosa vuol dire essere tibetani e non aver mai visto il tibet?
Segnalo un articolo e un paio di inizitive di sostegno a Roma, un sit in sotto la sede del Coni in via De Bosis e un corteo con fiaccolata da piazza Navona.