Alle sei del pomeriggio la spiaggia di Venice riflette i raggi obliqui del sole colorandosi di un rosa pallido simile a quello degli strambi cappelli degli ambulanti che vendono T-Shirt sul lungo mare. Ragazzi e ragazze dal fisico scolpito sfrecciano con ai piedi i rollerblade accanto a chilometri di attrezzi da palestra a cielo aperto mentre musicisti cileni soffiano nei loro flauti alternando gentili sorrisi al piccolo gruppo di persone ferme ad ascoltarli.
Cammino lenta, confusa tra la moltitudine di gente che affolla il lungomare più eccentrico che abbia mai visto nella mia vita. La via è invasa da un intenso odore di hot-dog misto a zucchero filato e caramelle alla frutta. Mi fermo per un po’ vicino ad un gruppo di giovani rapper che chiusi a cerchio ballano sulle note pompate dallo stereo. Improvvisano a turni strofe di una canzone per poi acclamarsi vicendevolmente sulla bontà della rima. Poi la canzone sfuma, il volume si abbassa ed una ragazza dai capelli riccissimi e tinti di biondo spegne lo stereo. Il gruppo dei ragazzi neri si sparpaglia, salutandosi con gesti ritmici e fragorose strette di mano. Allontanandosi mi aprono la vista verso la riva del mare.
Una trentina di ragazzi, suonatori di jambè, formano un grande cerchio al centro del quale una decina di persone agitano i piedi, aprono le braccia, guardano il cielo e poi la sabbia, ruotano velocemente su loro stesse e ogni tanto urlano, come fossero in trance durante una di quelle danze tribali che tante volte ho visto nei reportage in tv.
Mi avvicino e trovo un angolino tra i tanti spettatori dove poter ascoltare quel meraviglioso frastuono ritmico e spiare le emozioni degli improvvisati ballerini. Non riesco a stare ferma, il ritmo è trascinante e, dopo pochi minuti ne vengo letteralmente pervasa. La mia testa risponde solo agli stimoli dei tempi scanditi dalle velocissime mani dei musicisti, anche il battito del mio cuore sembra seguire quello dei jambè. Mi accorgo di far parte del cerchio. Non ho comandato ai miei piedi di muoversi ed entrarci, se ne è occupato l’istinto.
Ed eccomi lì, che anch’io agito i piedi, apro le braccia, guardo il cielo e poi la sabbia, urlo, urlo forte e rido. Guardo i miei compagni d’emozione e penso quanto sia buffo che, con la maggior parte delle persone che conosco da una vita non ho mai condiviso un momento così intenso e vero. Mi capita ora, con questi dieci corpi febbrili a migliaia di kilometri lontano da casa.
La magia di Venice, la forza delle emozioni. Rido.