Io ho un sogno: voglio scrivere un libro. Voglio raccontare chi sono, condividere la mia ossessione per la punteggiatura ed il mio amore per il suono delle parole. A vent’anni ho fatto un viaggio negli States. Per tre mesi non ho parlato italiano e, dopo neanche sessanta giorni, riflesse nello specchio del bagno, c’erano le mie labbra che godevano nel pronunciare “caustico”, “caleidoscopio”, “cangiante” e tante altre parole di cui periodicamente(anche questa non è male) m’innamoro.
Ho trent’anni e ancora non conosco a fondo tutte le mie sfaccettature caratteriali e, i due anni di analisi, hanno fatto parzialmente emergere, come punte di un iceberg, dei tratti complessi, spesso contradditori. La mia natura, un inestricabile labirinto da cui non riesco ad uscirne con la dovuta coerenza.
Eppure ci sono dei piccoli-eterni momenti in cui appare tutto così meravigliosamente logico. Tutto torna e la serenità mi avvolge in un tenero abbraccio. Solo allora la mente prende congedo, l’anima è leggera e gli occhi si illuminano di pace…ho creduto, anzi sperato, che la morte sia qualcosa del genere: un fiocco di neve che danza leggero nell’aria.
Un tempo avrei potuto dire che in questi attimi la penna s’impossessava di me e scorreva leggera sul foglio bianco fino a quando la fantasia creava storie, poesie, racconti o semplici descrizioni di immagini. Oggi sono le mie dita sulla tastiera. Mi piace il ticchettio dei tasti. Le mie idee prendono forma e vita, esistono ed io esisto grazie e attraverso loro. Provo una sorta di reverenza per le parole, un sentimento probabilmente simile a quello che può avere il musicista per il suono.